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Colloqui con i professori. Sono in ritardo.

Sono la prima in ordine di prenotazione ma ho fatto tardi anche questa volta. Mi muovo più lenta, sono cauta, sto attenta a non inciampare, ad andare dritta soprattutto, a focalizzare la ‘retta via’, visto che ho ripreso a guidare persino il motorino e questa è già una grande vittoria.

Ma sono più flemmatica e visto che ancora non ho fatto del tutto mio il concetto che non son più quella di prima (e non c’è più sordo di chi non vuol…), arrivo tardi agli appuntamenti.

Tocca a me, chiama il nome di mio figlio e mi fissa con occhi pungenti per tutto il lungo corridoio. Non si siede, mi aspetta in piedi.

Panico.

Penso velocemente a che cosa può aver combinato il caro figliuolo questa volta, la prof sa che sono stata male, forse sta controllando se vado dritta…? Ma no ma no, sciocca, cosa vuoi che ne sappia… E un attimo prima di arrivare ricordo…

Il TEMA!!!

Mi siedo calma, saluto e lei, di nuovo, mi fissa. Senza parlare.

Così esordisco.

‘Io mi dissocio…!’

Lei, basita…:”Cioè…?”

‘Si, insomma’, riprendo io, ‘mi dissocio e non condivido assolutamente le idee che mio figlio ha espresso nell’ultimo tema sull’intolleranza che ha fatto la settimana scorsa, soprattutto perché non è certo ciò che il padre ed io gli abbiamo insegnato fino ad oggi, sia con i fatti che con ‘le parole’…’

Circa sette giorni prima infatti, appena tornata dall’ospedale, il carissimo mi racconta di aver scritto, nell’odiosa e a suo parere provocatoria tesi sull’intolleranza, concetti e pensieri non proprio caritatevoli.

Voleva raccontarmelo a tutti i costi, a differenza di tutte le altre volte in cui la fa grossa ma spera io non lo venga mai a sapere. E questo me la diceva già lunga.

Mi aveva riferito che la professoressa era entrata in classe e, a sorpresa, aveva chiesto loro di svolgere il compito con tanto di tracce e svariate domande e lui, che in quella settimana si sentiva ‘libero e bello’ perché io non c’ero, si è preso la briga non solo di palesare tutta la propria intolleranza (che non era altro che la rabbia che provava per il fatto che ero in ospedale) ma addirittura concludendo il componimento con una frase che definire estrema’ potrebbe sembrar riduttivo e estremista’ quasi appropriato. Avevamo perciò discusso animatamente e l’accaduto era stato archiviato con un ‘Io la penso così e basta!’, reciproco ma inconcludente. In attesa sicuramente di tempi migliori per entrambi…

Così, visto che la gentile signora continua a guardarmi incredula, spiego di nuovo la situazione che abbiamo vissuto negli ultimi tempi, alla quale si è andato ad aggiungere anche il mio ricovero improvviso. Faccio un po’ la psicologa e l’avvocato (del diavolo) del tipetto ingrato, perché queste son proprio le cose che dovrebbe evitare per il mio bene e concludo con il ricordarle i suoi benedetti 17 anni, che entrambe speriamo passino urgentemente in fretta… (Ma anche no, penso io, che se li goda tutti…:-)).

A casa, chiaramente, lo aspetto ansiosa di potergli esternare anch’io con qualche parolina estrema e perché no anche estremista, se ce ne fosse bisogno, il mio scontento, per cui quando entra, gli vado incontro solerte con ‘occhi di bragia’ e dopo i saluti un po’ freddi, a conferma del mio stato d’animo non proprio amichevole, gli dico in tono quasi profetico: Sono stata al colloquio con la professoressa di italiano…’. Lui, appoggia lo zaino dall’altro lato dandomi così per un attimo le spalle, per prendere tempo, si gira di nuovo verso di me aggiustando l’espressione del viso per non palesare alcuna emozione e guardandomi fissa negli occhi mi fa:

“Ti sei fatta la frangetta…?!?

Io ho sempre odiato le femmine che portano i capelli così…”

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