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Durante quest’ultima settimana, ho pensato tanto a come e se avrei raccontato la mia nuova vicissitudine.

Non che non avessi altro da fare per carità ma era un pensiero che mi tratteneva un po’ nella mia zona confort e mi distoglieva da tutto quel nuovo aggiungersi che, detto sinceramente , nonostante la consapevolezza (dovuta forse all’età…?), di quel famoso panta rei che predispone mentalmente alle intemperie della vita, in quei momenti non gradivo proprio in maniera così rassegnata.

Perché dopo l’ultima volta che ho scritto sul mio ‘diario’, prendendomi già tempo tra almeno altre dieci cose più importanti da programmare (e non parliamo di quelle un po’ meno importanti), mi son ritrovata in ospedale per un’intera settimana per una faccenda anche abbastanza seria.

Anacusia improvvisa irreversibile.

Praticamente ti svegli con la sirena che risuona fortissimo in un orecchio e dopo che, del tutto rimbambita, capisci che non è la sveglia (in primis perché sono le 6,05 del mattino e tu l’hai impostata da sempre alle 6,45 e poi, soprattutto, perché la suoneria è diversa…:-) ), ti accorgi che il tuo caro orecchio, che io successivamente, entrati un po’ più in confidenza ho scoperto chiamarsi Ciro, non sente altro che quel suono di allerta anche se allerta non è.

O meglio. L’allerta c’è e anche importante, perché se esiste una possibilità remota di recuperare a questo ‘collasso’ dell’apparato uditivo precedentemente sempre in ottime condizioni, è meglio lo si faccia nell’arco di 48 ore altrimenti le probabilità di ‘salvezza’ si abbassano  in maniera proporzionale ai decibel che non udrai più… In sintesi, più tardi intervieni, peggio sarà.

In teoria.

Perché in alcuni casi ‘gravissimi’ come il mio, ‘grazie dottore per la sua schiettezza una bella doccia fredda in fondo è sempre così tonificante’, non basta neanche la tempestività.

Ora, come mio solito, per il mio interiore indispensabile desiderio nato negli ultimi mesi ormai, di soprassedere alla comprensione coatta del rapporto tra ‘gioia e dolore’, tra ‘buona volontà e mazzate’, tra ‘tenacia e sopportazione’, tra ‘vita e morte’ in ogni più piccolo avvenimento del nostro esistere, non mi soffermerò nella descrizione delle emozioni che si provano in tali circostanze (anche perché so bene che c’è chi vive situazioni ben più drammatiche) ma sottolineo invece, quanto l’esperienza mi abbia illuminata sul nostro più che decrepito sistema sanitario e che purtroppo la preoccupazione di ciò mi ha tenuta tutto il tempo in allerta (e lo vedi…? :-)) per tutelare la mia salute, per la mancanza di umanità di chi lavora in un ospedale ormai quasi ridotto alla chiusura e (parole testuali) in condizioni pietose e senza riconoscimenti di qualsiasi tipo che possano distinguere il proprio operato da quello di qualsiasi altra specie animale (sempre testuali parole degli ‘addetti ai lavori’) pur continuando a ricoverare pazienti. E sicuramente prossimamente approfondirò l’argomento, soprattutto per contribuire con la mia esperienza a far luce sullo schifo radicato nel nostro ‘bel paese’.

Ma anche, perché nonostante tutto, la normalità a mio avviso appartiene solo a se stessi e alla propria coerenza e ammetto che anche in questo caso il più grande insegnamento che da subito ne ho potuto dedurre, è stato attraverso mio figlio…

Ieri al mio rientro mi ha detto,”…è stato doloroso saperti malata e lontana mamma…e soprattutto sapevo che io soffrivo in un modo e tu in un altro e nessuno dei due poteva farci nulla…L’unica cosa era continuare a fare le solite cose, anche se la rabbia e l’impotenza cercavano di frenarmi…Ma c’era comunque la speranza…solo che tornassi a casa presto e nelle condizioni migliori che potessi…”

E questo credo sia il miglior modo di crescere che un essere ‘possa permettersi’, quello di confrontarsi con le proprie fragilità per cercare di superarle sempre in maniera equilibrata.

Quindi, nonostante ‘le vertigini del caso e dello spavento’ io non mollo e continuo a ‘farla girare’ perché sono assolutamente e straordinariamente convinta di una cosa fondamentale anche questa volta.

Che Ciro ‘si è sacrificato’ perché io comprendessi un altro piccolo pezzetto di vita che da oggi non potrà che far bene a tutti.

E che questa mia piccola disavventura sia solo una ennesima e straordinaria opportunità per scoprire ogni giorno di più il senso di questo nostro singolare e personalissimo viaggio.

 

Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e … 

cerca di amare le domande, che sono simili a

stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera. 

Non cercare ora le risposte che non possono esserti date

poiché non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivi le domande ora.

Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano

giorno in cui avrai la risposta.”


Rainer Maria Rilke

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