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Da una decina di giorni, una mattina si ed una no, la sveglia di mio figlio suona alle sei meno un quarto.

Proprio adesso, si si.

Siamo al 21 gennaio, il sole sorge alle 7,35 con molta calma, tu ti senti come una marmotta in letargo per almeno mezza giornata da quando ti sei alzata, soprattutto quando la sera prima hai studiato fino all’una di notte e lui che fa…? Va a correre nel parco alle 6 con un paio di amici.

Col buio.

L’umido.

Sulla graminacea che gli fa venire l’asma.

In motorino senza giubbotto.

Perché non può tenerlo per correre, che avrebbe troppo caldo ma non saprebbe dove metterlo se lo portasse. Così dice.

E tu che fai…?

Tu aspetti che esca facendo finta di dormire. Perché se ti alzassi, tra gli occhi che ti si chiudono dalla stanchezza e quel concetto ben chiaro nella testa che tutta quell’energia la potrebbe risparmiare per stare un po’ più concentrato a scuola, gli faresti tante di quelle ‘sfumature di smorfie’ (o perlomeno lui ti accuserebbe di farle), che la sua autostima crollerebbe per un decennio come la borsa dopo Wall Street nel ’29.

Ma poi quando è uscito ti alzi. Alle sei e un quarto ti alzi per forza, il sonno è bello che andato ormai.

Alle 7,20 rientra. Fa colazione, si butta in doccia e riesce di casa alle 7,50 per andare a scuola come tutti i giorni ‘normali’.

Dice che si sente più ‘tonico’ anche di testa. Più sveglio e più concentrato.

Io lo osservo basita e aspetto di constatare nei risultati scolastici questa nuova ‘linfa vitale’ che circola in lui.

Penso che se questo è il suo modo di scaricare la rabbia e la frustrazione accumulate negli ultimi mesi, ben venga.

Che se quest’esperienza lo fortificherà per sopportare meglio la fatica, anche.

Ma soprattutto, cerco di focalizzare bene ciò che ho imparato con lui in 16 anni…e cioè che anche questa ‘parentesi’ prima o poi finirà.

Perché uno dei piccoli ma importantissimi segreti della vita è che è fatta di ‘fasi’, quando cresci un figlio te ne rendi conto e ti accorgi che vale anche per te, vale per tutti e ricordarselo un giorno sì e uno no è già un’ottima ‘dottrina spirituale’, che aiuta a superare tanti brutti momenti.

E a quel punto, invece di chiederti ‘se e come essere più genitore o più genio’ ti ritrovi semplicemente a pensare che anche questa, prima o poi, passerà;-).

Un Re convocò a corte tutti i maghi del regno e disse loro: “Vorrei essere sempre d’esempio ai miei sudditi. Apparire forte e saldo, quieto e impassibile nelle vicende della vita. A volte mi succede di essere triste o depresso, per una vicenda infausta o una vicenda palese. Altre volte una gioia improvvisa o un grande successo mi mettono in uno stato di anormale eccitazione. Tutto questo non mi piace. Mi fa sentire come un fuscello sballottato dalle onde della sorte. Fatemi un amuleto che mi metta al riparo da questi stati d’animo e sbalzi d’umore, sia quelli tristi che quelli lieti.”

Uno dopo l’altro, i maghi rifiutarono. Sapevano fare amuleti di tutti i tipi per gli sprovveduti che si rivolgevano loro, ma non era facile abbindolare un re. Che voleva per di più un amuleto dall’effetto così difficile.

L’ira del re stava per esplodere, quando si fece avanti un vecchio saggio che disse: “Maestà, domani io ti porterò un anello, e ogni volta che lo guarderai, se sarai triste potrai essere lieto, se sarai eccitato potrai calmarti. Basterà infatti che tu legga la frase magica che vi sarà incisa sopra.”

L’indomani il vecchio saggio tornò, e nel silenzio generale, poiché tutti erano curiosi di sapere la magica frase, porse un anello al re.

Il re lo guardò e lesse la frase incisa sul cerchio d’argento:

“Anche questa passerà.”

da ‘365 piccole storie per l’anima’ di Bruno Ferrero

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