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Devo confessare che l’esperienza trimestrale dei colloqui con i professori di mio figlio, non riesco proprio a digerirla, neppure dopo svariati anni di allenamento. Intanto, lo spazio in cui si svolgono mi è sempre sembrato tristanzuolo e mal tenuto, sarà che si trova nel sottoscala del piano seminterrato e neanche la presenza del bar (una ventina di metri più in là), col suo profumino di pizzetta scaldata che mi ricorda la mia adolescenza, lo rivaluta ai miei occhi del suo ruolo di simil scantinato. A livello psicologico poi, quelle due lunghe rampe da scendere ogni volta, mi danno quasi un brivido di presentimento (che l’inferno non sia poi così lontano…?:-)) e di contro nell’andarmene, quando ormai è fatta e non sono più la stessa madre inconsapevole e leggera ma molto più appesantita dagli esiti non sempre ottimistici, le due rampe da salire sembrano proprio una punizione corporale che viene inflitta a me piuttosto che a lui:-).

Una volta arrivati giù, quello che vivo quasi sempre (tra la discesa e la ri-salita) è come a volte va la vita, in quei casi in cui ti senti sballottata come stessi sulle montagne russe…e questo dipende da tanti fattori proprio come nella vita…Il carattere del prof, i voti di tuo figlio; la disponibilità del prof, l’indolenza di tuo figlio; la voglia di perdere tempo del prof, la ‘fancazzaggine’ di tuo figlio…e via dicendo per un paio d’ore se sei ‘fortunata’ e ne vedi tre quattro in un giorno.

Quello che proprio ancora non mi è chiaro dopo tanti anni però, nonostante io capisca perfettamente la responsabiltà del mio sacro ruolo di genitrice, è:

ma io, che c’entro…;-)???

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